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COMUNIONE EREDITARIA: MEGLIO PREVENIRE CHE CURARE

Sarebbe preferibile poter dire che il caldo dà alla testa ma…non è così; dietro le vicende di piccoli paesi d’Italia, dal Veneto (Lonigo) alla Sicilia (Avola), si celano le tipiche e troppo spesso ricorrenti “baruffe” familiari tra eredi all’indomani della scomparsa di una persona cara.

La cronaca dei giorni di agosto, infatti, ci ha lasciato “in eredità” vicende al limite del comico con parenti che già durante la veglia funebre o poche ore dopo la celebrazione dei funerali, si accusavano reciprocamente avanzando diritti esclusivi su questa o quella parte del patrimonio del “compianto” defunto. E non è certo la (sola) consistenza del patrimonio a scatenare reazioni e dissapori latenti.

Come dimostra la vicenda di Lonigo nella quale, dopo anni di forzata comunione ereditaria imposta dal testatore (come gli consente la legge per un massimo di 5 anni), la convivenza nel medesimo immobile è divenuta insopportabile al punto che alcuni dei coeredi…sono stati ricoverati in ospedale per le dovute “cure”.

La questione della comunione ereditaria viene troppo spesso sottovalutata. Non si tiene in debito conto che far pervenire beni “indivisi” ai propri eredi rappresenta una delle principali cause di “svalutazione” del patrimonio e di sua mancata conservazione.

Si pensi agli immobili: nessuno dei coeredi può, autonomamente, compiere atti di straordinaria amministrazione e quindi vendere (es. in caso di offerta meritevole), locare oltre un certo numero di anni (es. in caso di prolungato mancato utilizzo) oppure intervenire con opere di manutenzione che lo valorizzino (es. rifacimento facciata e tinta da scegliere, distribuzione degli spazi interni). E quindi? Cosa accade quando il disaccordo non è più “civilmente” gestibile? ….Decide il giudice per tutti!! Se il bene è divisibile, ordinerà la divisione catastale e “muraria”, il tutto a spese non sempre irrisorie dei coeredi, per poi sorteggiare l’assegnazione dei lotti…ma se il bene non è divisibile, si vende! E quali sono le garanzie che il prezzo incassato sarà più alto di quello che si poteva convenire andando sul mercato “d’amore e d’accordo”? Nessuno, tutt’altro; si vende alla “prima offerta”.

E se queste conseguenze possono sembrare, talvolta, tollerabili per gli immobili, si pensi – invece – alle opere d’arte e ad una collezione di “famiglia” amata dal “compianto” defunto e che tanto avrebbe desiderato conservare “unita” per le generazioni a venire. Farla cadere in comunione ereditaria significherebbe, quasi sempre, “smembrarla” sotto le direttive di un giudice o ancor peggio venderla vanificando la passione del suo “autore”.

Quindi… ne vale la pena?.. evidentemente no! Ecco perché “prevenire è meglio che curare”: visto che la legge offre la possibilità – per es. con testamento – di dividere e stabilire cosa destinare e a chi, perché non farlo? Almeno – chi quei beni li ha creati, custoditi e valorizzati – riposerà in pace sapendo di aver accontentato eventuali preferenze ma anche di aver scongiurato liti e prevenuto “malanni”!

Se poi “l’ultima volontà” è che il bene (es. una collezione d’arte o la residenza di famiglia) sia gestito in modo unitario e trasmesso alla generazioni successive ben conservato e valorizzato, allora una valida “prevenzione” è quella di passare per il tramite di strumenti diversi ma assolutamente efficaci come ad es. il trust o la fondazione.

A cura di Leo De Rosa (Russo De Rosa Associati).

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