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Famiglia tradizionale tra passato e futuro

Se finora abbiamo sempre immaginato la famiglia come un’entità formata da una donna e uomo, sposati, e magari con qualche figlio, dobbiamo cominciare ad abituarci all’idea che “famiglia”, per il nostro ordinamento, non è più solo questo.

Il 20 maggio scorso, dopo un turbolento percorso fatto di dibattiti parlamentari durati anni, manifestazioni di piazza, accesi scontri tra fazioni laiche e cattoliche della nostra comunità sociale, è stata definitivamente approvata la c.d. “Legge Cirinnà” che tanto ha fatto discutere se l’Italia fosse pronta o meno ad accettare che persone dello stesso sesso potessero “unirsi” anche giuridicamente.

E’ stato deciso così, di allargare le prospettive, riconoscendo alle coppie omosessuali il diritto di vedersi attribuiti dei diritti reciproci al pari di quanto accade per due coniugi “tradizionali”. L’equiparazione è pressoché totale: ad eccezione della possibilità di adottare, anche il figlio biologico del compagno (c.d. stepchild adoption), le parti di un’unione civile avranno i medesimi diritti e doveri di mogli e mariti: la legge infatti è chiara nello stabilire che ovunque ricorrano nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti, nei contratti collettivi, disposizioni contenenti i termini “coniuge”, “marito” e “moglie”, esse dovranno ritenersi applicabili anche ai protagonisti dell’unione civile.

E’ sufficiente una dichiarazione resa davanti all’ufficiale dello stato civile alla presenza di due testimoni.

Le novità della legge riguardano anche le cosiddette coppie di fatto. Ottime notizie dunque per tutte quelle coppie, che, per svariate ragioni hanno deciso di non convolare a nozze, e che da oggi, per il sol fatto di condividere una residenza nella quale si svolge una comunione di vita e di affetti, potranno vedersi riconosciuti comunque dei reciproci diritti minimi intangibili.

Di questi i più importanti e sentiti riguardano, ad esempio, la possibilità di fare visita nelle strutture di ricovero e avere accesso alle informazioni in tema di salute del proprio partner, di essere designati quali rappresentanti per l’assunzione di importanti decisioni in tema di donazione di organi, trattamenti sanitari ecc.

E ancora, in caso di morte del compagno (o compagna) proprietario della casa di comune residenza, il diritto, per il convivente superstite, di abitare in quella stessa casa, per una durata pari alla convivenza e comunque fino ad un massimo di 5 anni.

Anche la semplice cessazione della convivenza non sarà più un “arrivederci e grazie”, ma, qualora uno dei due conviventi non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, avrà diritto di ricevere dall’altro gli alimenti, in una misura giudizialmente stabilita e per una durata proporzionale a quella della convivenza.

Ma c’è di più; i conviventi avranno la facoltà (non certo l’obbligo) di stipulare un “contratto di convivenza” , attraverso il quale potranno regolare gli aspetti patrimoniali del loro rapporto: chi, come e quanto contribuirà alle comuni spese; optare per il regime della comunione legale dei beni e addirittura regolare anticipatamente, dal punto di vista economico, diritti ed obblighi reciproci in caso di cessazione del rapporto. Quest’ultima opportunità, poi, riecheggiando molto il concetto di patti prematrimoniali tra coniugi, conferma i margini per un imminente ripensamento del legislatore circa la loro validità.

E non trascuriamo, da ultimo, il fatto che, fatta eccezione per quei contratti nei quali contestualmente i conviventi compiano atti soggetti a trascrizione, perde lo scettro della competenza esclusiva il notaio. Ad autenticare le sottoscrizioni e a garantire la conformità del contenuto del documento alle norme imperative e all’ordine pubblico, potrà anche essere l’avvocato.

A cura di Leo De Rosa (Russo De Rosa Associati).

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