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I nuovi pilastri del Wealth Management

Economia reale, sostenibilità, digitalizzazione. Sono questi i “trend topic” di tutti i dibattiti che hanno per oggetto la ripresa economica nel dopo Covid. E anche nel mondo del wealth management spesso e volentieri questi tre termini vengono indicati come essenziali per qualunque tipo di investimento e/o riflessione sul futuro del Paese. Ma davvero passa dall’economia reale, dalla sostenibilità e dalla digitalizzazione il futuro del sistema paese e del wealth management? Una risposta è arrivata dal Forum Ambrosetti svoltosi a Cernobbio dal 4 al 6 settembre scorso.

Iniziamo dall’economia reale. La situazione di crisi attuale legata all’emergenza sanitaria da Covid-19 rappresenta uno di quegli eventi rari e non previsti che esercitano un impatto drammatico di tipo sistemico e senza precedenti, che ha sconvolto profondamente l’Italia, l’Europa e il resto del mondo, mettendo a dura prova i sistemi sanitari e previdenziali, la società, l’economia e il modo di vivere e lavorare insieme. Si tratta del primo shock esogeno, dopo la crisi petrolifera del 1979, che coinvolge sia domanda sia offerta. La situazione attesa per l’Italia è, dati alla mano, allarmante. Il modello di stima del PIL elaborato da The European House – Ambrosetti prevede una contrazione pari a -10,8% per l’anno 2020, con una forbice previsionale tra -7,8% e -13,8%. Per il settore manifatturiero l’impatto stimato per l’anno 2020 è pari a -21,4%. Numeri che non lasciano molto spazio alla speranza.

Numero di PMI manifatturiere nei Paesi UE Big-5 2015

Fonte: elaborazione The European House – Ambrosetti su dati AIDA e Eurostat, 2020

Se a queste previsioni aggiungiamo quanto emerso dalla survey somministrata ai business leader italiani del settore manifatturiero italiano (230 miliardi di euro di fatturato rappresentato, 22% del fatturato dell’industria manifatturiera) e realizzata per lo Studio Strategico “Il futuro dell’industria italiana tra resilienza, rilancio dopo la crisi sanitaria globale e competitività di lungo periodo” predisposto da The European House – Ambrosetti per Fondazione Fiera Milano, i timori per il futuro dell’economia reale non si riducono: il 70% delle aziende italiane ha registrato un calo di fatturato rispetto allo scorso anno e, di questi, quasi la metà ritiene che il proprio fatturato subirà una flessione superiore al 25% nel 2020.

Una problematica che sicuramente riguarda anche molti altri paesi europei ma che in Italia assume un’importanza maggiore per le caratteristiche del tessuto industriale del nostro Paese.  L’Italia, infatti, detiene il primato di aziende con l’intero management proveniente dalla famiglia imprenditoriale che controlla la società stessa (pari al 66,4%, più del doppio di Regno Unito, Francia e Germania). Tuttavia, se adeguatamente accompagnate e gestite (attraverso regole chiare che disciplinino i ruoli e le responsabilità, ma anche i passaggi intergenerazionali) le imprese familiari possono rappresentare un asset competitivo per il Paese, in ragione della loro presenza radicata nel territorio e della forte importanza dell’elemento sociale e valoriale.

Produttività del lavoro in Italia e in altri Paesi europei “Big 5”

Fonte: elaborazione The European House – Ambrosetti su dati Eurostat, 2020

Una sfida che il wealth management deve cogliere senza più esitare. Considerando che l’Italia è il 1° Paese UE per numero di PMI manifatturiere (403.000) – il doppio rispetto a Francia e Germania e quasi il doppio della somma di Spagna e Regno Unito – e che in Italia le imprese fino a 200 milioni di euro di fatturato hanno un peso sul sistema industriale complessivo di circa il 50% – mentre Regno Unito e Germania si attestano attorno al 20% – è evidente che il private banking ha davanti a sé una sfida particolarmente rilevante: ovvero far sì che le PMI possano contribuire maggiormente alla ripresa del paese. Secondo la survey presentata a Cernobbio, infatti, le piccole imprese, strutturalmente, contribuiscono meno all’energia del sistema. Per colmare il divario dimensionale che ci separa dagli altri Paesi, dobbiamo necessariamente agire facendo sì che gli sforzi delle imprese, delle istituzioni e del private banking siano destinati all’“energia” del sistema-Paese nel suo complesso.

Veniamo alla sostenibilità. Impatti positivi sul Prodotto Interno Lordo, occupazione, investimenti, produttività del lavoro e svariati benefici ambientali. Se esiste un progetto capace di sviluppare una visione positiva e di lungo periodo per il futuro dell’Unione Europea, è senza dubbio quello dell’Economia Circolare. È quanto emerge dallo studio “Circular Europe. Come gestire con successo la transizione da un mondo lineare a uno circolare”, realizzato da Fondazione Enel e The European House – Ambrosetti in collaborazione con Enel e Enel X e presentato nell’ambito del Forum di The European House – Ambrosetti.

Digital Intensity Index nelle aziende europee

Fonte: elaborazione The European House – Ambrosetti su dati Commissione Europea, 2020

“Citando il titolo dello studio” scrive nella prefazione del Report Enrico Giovannini, Portavoce Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – ASviS, “per gestire con successo la transizione dal mondo lineare a quello circolare sarebbe necessario uno sforzo congiunto di tutti i settori e i livelli del sistema socioeconomico. Le università, insieme alle società, possono contribuire alla transizione sviluppando competenze in materia di progettazione circolare per implementare il riutilizzo e il riciclo dei prodotti. Anche i policy maker possono dare il loro supporto alla transizione promuovendo il riutilizzo dei materiali e una maggiore produttività delle risorse, ripensando gli incentivi, nonché prevedendo politiche adeguate e l’accesso ai finanziamenti. I cittadini e i consumatori possono agevolare la transizione grazie a una maggiore consapevolezza delle possibilità di vivere in modo circolare nella quotidianità e agendo di conseguenza”.

E sicuramente sarà importante che la forte spinta del wealth management verso gli investimenti sostenibili si traduca in offerte concrete e positive sia per lo sviluppo sostenibile del Paese, sia per i rendimenti degli investitori. È il momento di passare dalle tante parole ai grandi fatti.

Secondo le aziende rispondenti alla survey realizzata da The European House – Ambrosetti, l’industria italiana del futuro deve essere verde, digitale e resiliente. Al primo posto tra i principali ambiti di intervento nel medio-lungo periodo secondo i business leader dell’industria italiana rientra la digitalizzazione delle attività e dei processi (90%), seguita dall’innovazione tecnologica dei processi e dei prodotti (67%) e dalla Sostenibilità e dall’Economia Circolare (60%). La capacità di adattarsi e trasformarsi rapidamente in base ai cambiamenti e di “attrezzarsi” per resistere agli shock esogeni (resilienza) viene indicata dal 100% dei rispondenti come una necessità sistemica, da perseguire a 360° con riguardo al sistema sanitario, economico ed energetico, all’ambiente urbano e all’ecosistema ecologico, alle infrastrutture idriche e IT.

Quota di fatturato delle imprese manifatturiere italiane per classe di sostenibilità economicofinanziaria 2007-2018

Fonte: elaborazione The European House – Ambrosetti su dati Istat, 2020

Insomma il “digitale” non è più una sfida e non può essere più un obiettivo futuro. Dopo il Covid-19 non c’è presente senza digitalizzazione. Purtroppo però l’Italia non ha ancora raggiunto un livello di maturazione digitale adeguato a sfruttare le proprie potenzialità. In questo contesto, i rischi a cui il tessuto industriale italiano è esposto possono essere superati solo con un netto salto in avanti sul piano dell’innovazione. Insomma, come evidenziato dai leader che si sono confrontati in occasione del Forum Ambrosetti di quest’anno la ripartenza dell’Industria italiana non può prescindere dallo sviluppo delle infrastrutture fisiche e digitali e dalla creazione di un Piano Nazionale per la Ricerca e Sviluppo.

Un dogma che deve riguardare anche l’industria del private banking chiamata a completare e ottimizzare quel processo di digitalizzazione dei servizi di wealth management avviati da diversi anni, che hanno subito una accelerazione nei primi sei mesi del 2020 (causa pandemia), ma che ora devono assolutamente trovare un loro consolidamento e diventare non più una sfida, ma la norma.

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