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PASSAGGIO GENERAZIONALE “SU MISURA”

È proprio il caso di dirlo, la nuova “creazione” dell’imperatore della moda, Giorgio Armani, questa volta non ha a che fare con le passerelle, bensì con la pianificazione del “passaggio di consegne” del colosso aziendale da lui creato. Il futuro del Gruppo Armani, una delle più grosse case di moda a livello internazionale, per volere di “Re Giorgio” sarà affidato ad una Fondazione: visione pioneristica o azzardo giuridico? Sarà il tempo a dirlo.

Perché questa domanda? Perché chi mastica un po’ delle tematiche legate al passaggio d’impresa sa bene che lo strumento della fondazione non è proprio il più utilizzato, per così dire, anzi, tutt’altro.

La praticabilità di questa soluzione sconta infatti una disomogeneità di vedute tra gli “addetti ai lavori” tale da non riuscire a riempire univocamente il totale silenzio del legislatore sul punto. Quello che sappiamo di fondazione è che dovrebbe (a questo punto il condizionale è d’obbligo!) trattarsi di un ente giuridico dotato patrimonialmente di risorse da impiegarsi per il conseguimento di uno scopo sociale, e come tale meritevole di ricevere tutte le tutele che l’ordinamento riserva a questo particolare tipo di persona giuridica.

Sappiamo anche che una fondazione ben può esercitare l’attività d’impresa, ma ciò nella misura in cui il “valore finale” dell’attività imprenditoriale non sia “privato”, ma, al contrario, in ultima istanza destinato a beneficio della collettività, secondo gli scopi sociali che della fondazione sono propri.

Tornando al Gruppo Armani, la non convenzionalità dell’operazione risiede nella circostanza che accanto alla realizzazione di progetti di utilità pubblica e sociale che lo stesso Giorgio ha dichiarato essere uno degli scopi prefissati della Fondazione, viene altresì perseguito un altro intento: predeterminare, con finalità tipicamente successorie, gli assetti e regole di funzionamento di una complessa organizzazione imprenditoriale.

In questo contesto, all’ interesse collettivo (salvaguardia dei posti di lavoro per il “bene dell’economia nazionale”) se ne affianca uno “privato”: il lucro che continuerà a generare, anche per i futuri successori del patron di Casa Armani, un’azienda alla quale viene garantita stabilità di assetto e sono imposte regole di management rodate e, evidentemente, vincenti.

Ma la creatività degli stilisti non ha confini; non si dimentichi il “Trust Brunello Cucinelli” fondatore della omonima casa di moda italiana che opera nel settore dei beni di lusso specializzata nel cashmere e che rappresenta oggi uno dei brand più esclusivi a livello mondiale nel settore, fiore all’occhiello del made in Italy.

Con il trust, strumento poco utilizzato nell’ambito della trasmissione d’impresa e nel caso di Cucinelli preceduto dal c.d. “patto tra generazioni” (una sorta di “spirituale” premessa fondata su un concetto di impresa giovane), l’imprenditore ha coronato il suo progetto di “custodia” dell’azienda.

Si è assicurato che le partecipazioni aziendali nella Brunello Cucinelli S.p.A. siano trasferite in futuro alle proprie figlie per il tramite di un trustee il quale, obbligatosi ad attuare gli intendimenti del disponente, garantirà l’unità e la coesione della gestione della società. Peraltro il Trust Cucinelli rappresenta un esempio emblematico della vastità delle potenziali applicazioni dello strumento, avendo egli potuto, in un unico documento, ricco di spunti altisonanti, garantirsi che il suo impegno, la sua devozione per il territorio umbro e per “l’essere umano” in generale, vivano anche dopo di lui e che anche dopo di lui trovino compimento quei progetti che lui stesso ha definito come “abbellimento dell’umanità”.

Una sua frase in particolare riassume lo spirito più profondo del trust utilizzato per il passaggio d’impresa: “si eredita la proprietà ma non la capacità di fare impresa”.

A cura di Leo De Rosa (Russo De Rosa Associati).

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