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LA “SAGA” CAPROTTI: QUANTO COSTA “CAMBIARE IDEA”?

Difficile immaginare qualcuno che in questi giorni non abbia espresso un commento sulla scomparsa di Bernardo Caprotti, fondatore e anima di una delle più grosse catene della grande distribuzione italiana: Esselunga, 22 mila dipendenti, valore stimato di 7 miliardi di euro, ed un futuro praticamente annunciato.

La vicenda “testamento Caprotti” ha monopolizzato tutti i media, degna della sceneggiatura di un film americano e ha lasciato con il fiato sospeso tutti gli eredi (parenti e non) che fino al giorno in cui è stata data lettura delle ultime volontà del “Signore dei carrelli” speravano che qualcosa di quell’ ingente patrimonio (holding, denari, opere d’arte), finisse nelle proprie tasche. Ha voluto così Bernardo Caprotti: maxi donazione in vita a moglie e figlia (oltreché segretaria, managers e amici di vecchia data) e il futuro affidato ad un pezzo di carta, con l’obiettivo di rispettare la legge, quote di legittima e quant’altro, ma soprattutto… garantirsi l’assoluta “disparità di trattamento” tra figli. Eh si, perché il risentimento e l’amarezza per i lunghi anni di battaglie giudiziarie con Giuseppe e Violetta, i figli nati dal primo matrimonio, Caprotti se li è portati sotto terra. Il contenuto del testamento, ormai divulgato, e le donazioni in vita effettuate, bastano da soli a far capire dove voleva arrivare: fuori il primo “ramo”, a loro solo il minimo “sindacale”, e il resto alla amata Marina Silvya (terza figlia) e alla fidata moglie Giuliana.

Una scelta indubbiamente influenzata dai dolorosi risvolti di un lungo contenzioso giudiziario che ha visto schierati in trincea i figli, Giuseppe e Violetta, contro il padre, per “riprendersi” le azioni di Esselunga. Avrebbe potuto evitare la guerra? Si, se avesse pensato ad un patto di famiglia, ma, ahimè, all’epoca non esisteva.

Alla fine degli anni novanta, con una girata azionaria, Bernardo Caprotti ha deciso di intestare la nuda proprietà delle sue azioni ai figli Giuseppe e Violetta, azioni, a loro volta, formalmente intestate ad una società fiduciaria. Accordo a latere: possibilità per il patron di Esselunga di reintestarsele in qualsiasi momento con una semplice comunicazione alla fiduciaria; in altri termini: ora te le dono (o quasi), ma potrei sempre cambiare idea e, a quel punto, voglio riprendermele. A noi non interessa il motivo per cui lui abbia cambiato idea: quel che è certo è che farlo gli è costato anni e anni di cause, e parliamo di un costo non solo in termini economici, ma anche umani: non deve essere proprio piacevole trovarsi come avversaria in tribunale la propria discendenza!

All’epoca non c’era forse un modo migliore per “donare” e lasciarsi comunque la possibilità di premere un bottone e ritornare al punto di partenza, un metodo “indolore” di tornare sui propri passi.

Oggi c’è: si chiama patto di famiglia ed è uno strumento che consente a papà imprenditore di trasferire ai propri discendenti il patrimonio societario riservandosi, tuttavia, la facoltà di recedere ripristinando la situazione iniziale. Nessuna possibilità di contestare la scelta di recedere, e nessun rischio che ne derivino controversie: il recesso è puramente e semplicemente l’esercizio di un diritto contrattualmente previsto.

Se ogni favola ha una sua morale e da ogni storia si può trarre un insegnamento, quello che abbiamo imparato da questa vicenda è che se ci sono strumenti giuridici in grado di prevenire liti e deflazionare faide familiari, allora approfittiamone.

Poco conta che alla fine Caprotti abbia avuto ragione della sua battaglia: vincerla gli è costato caro.

A cura di Leo De Rosa (Russo De Rosa Associati).

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