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“VERDI” DI RABBIA

Maria Mercedes, Ludovica, Angiolo ed Emanuela Carrara-Verdi, unici eredi superstiti di Giuseppe Verdi nonché figli di Alberto Carrara Verdi, si contendono dal 2002 la proprietà della storica dimora dove il maestro visse dal 1851.

In assenza di un testamento lasciato dal padre Alberto (marito della figlia adottiva del maestro), le sorelle Ludovica ed Emanuela chiedono la divisione dell’eredità secondo la legge (quattro parti uguali) mentre il fratello Angiolo, con il supporto della sorella Maria Mercedes, sostiene l’esistenza di un testamento (andato perso) che gli affiderebbe tutto il patrimonio. Tra liti e recriminazioni, le due fazioni fraterne arrivano in tribunale – che ha valutato l’ipotesi di mettere all’asta l’immobile – mettendo così a rischio le volontà del maestro che nel suo testamento aveva ammonito le generazioni successive a custodire gelosamente l’immobile e tutto quanto vi fosse contenuto.

Trasportando la vicenda ai tempi nostri, la volontà del maestro avrebbe potuto essere agevolmente soddisfatta predisponendo un programma di pianificazione successoria senza che questo ledesse aspettative e diritti degli eredi.

Si pensi, ad esempio, all’istituto del trust che debitamente “costruito” intorno alle esigenze del disponente avrebbe colto in pieno i suoi desideri scongiurando dissidi tra eredi in comunione.

All’apertura di una successione, in assenza di indicazioni da parte del disponente ovvero della predisposizione in vita di un programma di pianificazione, i beni facenti parte del patrimonio ereditario cadono, infatti, in comunione. La gestione della comunione impone agli eredi comunisti di condividere l’amministrazione e lo “sfruttamento” dei beni salvo trovare un accordo circa la divisione; in difetto, la “scelta” sulle modalità di divisione viene ordinata dal giudice competente senza tener conto di aspettative e desideri del defunto e degli eredi comunisti.

A tal proposito, invece, l’istituto del trust avrebbe garantito tutt’altro epilogo.

Al momento dell’apertura della successione, l’immobile poteva essere conferito in un trust; il regolamento contenuto nell’atto di trust avrebbe potuto:

  • prevedere l’obbligo da parte del trustee (il soggetto proprietario e gestore dell’immobile) di amministrare il bene secondo le indicazioni del disponente e nell’interesse degli eredi;
  • fissare le regole, al momento dello scioglimento del trust, per assegnare l’immobile ad un erede piuttosto che ad un altro prevedendo le modalità di compensazione in favore degli eredi non assegnatari;
  • ordinare l’istituzione di un comitato di soggetti (guardiani ed, eventualmente, eredi beneficiari) deputati a monitorare l’attività svolta dal trustee ed incaricato di accertare che il trustee medesimo ottemperasse con diligenza alle indicazioni del disponente (es. modalità di manutenzione del bene e di suo sfruttamento, per esempio con organizzazione di mostre o visite guidate);
  • determinare l’attribuzione, in corso di vita del trust, di rendite in favore degli eredi garantendo loro una costante remunerazione ma al contempo sollevandoli dalle tipiche incombenze di proprietari.

Tale soluzione, caso per caso, andrebbe comunque ponderata in considerazione dell’intero asse ereditario al fine di evitare eventuali azioni di riduzione da parte degli eredi che, comunque, pur essendo destinatari di una rendita certa potrebbero preferire oneri ed onori tipici di una “immediata” proprietà senza attendere lo scioglimento del trust.

A cura di Leo De Rosa (Russo De Rosa Associati).

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