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Come arginare l’effetto Trump sui mercati

Dopo il dirompente risultato negli USA che ha portato alla vittoria del repubblicano Donald Trump, come 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America, l’attenzione dei mercati si è concentrata sulle prime mosse del tycoon newyorkese, dalla scelta della squadra di Governo, fino a primi interventi che realizzerà nei primi cento giorni, che se in linea con quanto annunciato nel corso della campagna elettorale si concentreranno su tagli fiscali, politica commerciale aggressiva, de-regulation e ingenti investimenti nelle infrastrutture. Tutto ciò non si concretizzerà prima del prossimo 20 gennaio quando avverrà l’insediamento alla Casa Bianca.

In attesa dell’evento elettorale americano la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea hanno lasciato immutata la propria politica monetaria. Il comunicato di Janet Yellen ha rivelato un giudizio maggiormente positivo, citando un’inflazione attesa in salita verso il 2% nel medio termine. L’effettivo aumento del tasso di inflazione che ad Ottobre è salito all’1,5% rispetto all’1,1% del mese precedente, e un mercato del lavoro stabile fanno pronosticare un aumento dei tassi nella prossima riunione di Dicembre.

In Europa, Mario Draghi, presidente della BCE, ha confermato una crescita stabile seppur moderata. I dati sull’inflazione hanno raggiunto i livelli massimi da 2 anni con l’ultima rilevazione a 0,5%.

Diverso il trend inflazionistico in Giappone in cui l’ultima rilevazione a -0,5% allontana le previsioni di uscita da un contesto deflazionistico. A conferma di ciò il presidente Kuroda della Bank of Japan, nell’ultima riunione, oltre ad aver lasciato immutata l’attuale politica monetaria ha dichiarato un rinvio al 2019 delle aspettative di raggiungimento del target d’inflazione al 2%.

In questo scenario sono stati pubblicati i dati di bilancio trimestrali che per molte realtà aziendali sono stati molto positivi: ne è un esempio Deutsche Bank che ha riportato un profitto netto di 278 milioni di euro rispetto al consensus di una perdita di 491 milioni. L’istituto tedesco ha anche dichiarato che il suo capitale primario (Cet1) è salito da 10,8 a 11,1 dando così una notizia positiva rispetto al clima di incertezza vissuto nei mesi precedenti.

La campagna per l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti è stata una delle più dure della storia del paese e si è caratterizzata per i continui colpi di scena. I timori e le incertezze degli investitori si sono materializzati con la vittoria del candidato meno atteso nei sondaggi. La prima reazione dei mercati azionari è stata molto negativa; l’indice di riferimento della borsa giapponese ha chiuso in ribasso di oltre il 5% e le borse del nuovo continente hanno aperto tutte in forte calo. Tuttavia le prime dichiarazioni del tycoon newyorkese, molto più accomodanti rispetto agli slogan riportati durante la campagna elettorale, hanno rassicurato i mercati innescando un notevole rally. Trump ha espresso inoltre l’intenzione di voler ricucire i legami con l’establishment del partito repubblicano, di cui ha ovviamente bisogno per tradurre in azione legislativa le priorità indicate nel proprio programma. Grazie alla maggioranza repubblicana sia al Senato sia alla Camera, evidentemente i mercati attribuiscono buone probabilità che il nuovo presidente riesca a portare avanti le proprie idee politiche e che il nuovo piano economico possa portare benefici ai mercati azionari. Il PIL dovrebbe crescere e l’inflazione alzarsi grazie ad un aumento della spesa pubblica, a una diminuzione delle tasse, alle restrizioni al commercio e alle rigide politiche sull’immigrazione.

Il listino Dow Jones, rappresentativo delle 30 società a maggiore capitalizzazione degli Stati Uniti, ha raggiunto nuovi massimi storici trascinando al rialzo anche gli altri indici del nuovo continente. Reazione positiva anche per l’indice europeo EuroStoxx 50 in recupero dopo le vendite di inizio novembre, il quale ha rafforzato il trend laterale che prosegue ormai da marzo. Decisamente più negativo invece l’andamento dei mercati emergenti che nei due giorni successivi alle elezioni americane hanno perso la metà dei guadagni realizzati negli ultimi sei mesi a causa dell’adozione delle politiche protezionistiche annunciate da Trump, al prossimo rialzo dei tassi di interesse della Fed e al rafforzamento del dollaro.

Proprio a causa dell’incertezza legate alla nuova presidenza abbiamo ridotto il sovrappeso azionario e riportato l’esposizione neutrale rispetto al benchmark .

Abbiamo ridotto il peso della componente azionaria americana a fronte dell’inserimento della componente healthcare sull’equity che potrebbe essere il settore a beneficiare maggiormente della nuova presidenza di Trump. Per questa asset class abbiamo selezionato il Fidelity Global Health Care che ha una buona esposizione in U.S.A. Abbiamo ridotto il peso della componente azionaria europea (per attenuare la volatilità che potrebbe derivare dall’esito del referendum italiano) e abbiamo ridotto il peso della componente azionaria globale.

Manteniamo l’esposizione a benchmark sul Giappone che potrebbe essere favorito da un indebolimento dello yen, mentre sul fronte azionario Europa abbiamo introdotto il fondo GS Europe CORE Equity Base.

Se i mercati azionari (fatta eccezione per i paesi emergenti) hanno superato indenni l’esito delle presidenziali, a pagarne le conseguenze sono stati soprattutto i mercati obbligazionari. Nel corso dell’ultimo mese i titoli governativi europei sono stati caratterizzati da elevata volatilità, con rendimenti in sensibile rialzo sia sulla componente core che su quella periferica. I Btp sono stati penalizzati anche dall’incertezza per l’esito del referendum del 4 dicembre e per le eventuali conseguenze sul governo; in tre mesi il rendimento del decennale italiano è aumentato di oltre 100 punti base portandosi stabilmente sopra il 2% dai minimi di area 1% di metà agosto. Il pesante clima di incertezza si è riflesso anche sul mercato primario; gli ultimi collocamenti del Tesoro hanno registrato una domanda debole, soprattutto sulle scadenze a lungo termine, e rendimenti in emissione che sono i più alti dal luglio 2015. L’effetto del pesante clima di incertezza si è tradotto in un netto allargamento dei differenziali di rendimento tra il Btp italiano ed il Bund tedesco e in generale tra periferia e centro Europa.

Negli Stati Uniti, scongiurato il tracollo per l’elezione di Trump, gli investitori sembrano scontare un rialzo dei tassi d’interesse in occasione della prossima riunione della Federale Reserve del 14 dicembre. L’intervento dovrebbe avvenire ad un anno dall’ultimo (e per ora unico) rialzo dopo il lungo periodo di politica monetaria espansiva post crisi del credito. Sulla scia delle aspettative di un aumento dell’inflazione e del rialzo dei tassi da parte della Fed, la curva dei Treasury statunitensi si è rialzata sensibilmente soprattutto sulla parte lunga, spingendo il rendimento del decennale americano oltre i 220 punti base, sui massimi di inizio anno.

Abbiamo ridotto il peso complessivo dell’esposizione obbligazionaria attraverso la riduzione della componente Euro Bond Fixed Income (in attesa del referendum costituzionale italiano), diversificando il peso in parte sulla componente Money Market, in parte sulla componente Global Bond.

I prezzi delle principali commodities hanno seguito un tracciato comune caratterizzato da una crescita graduale all’avvicinarsi delle elezioni USA. Contrariamente a quanto atteso però il prezzo dell’oro (bene rifugio per eccellenza durante fasi incerte dei mercati) non ha continuato il suo rally positivo: gli effetti dei rialzi conseguenti alla vittoria del candidato repubblicano sono stati completamente annullati nei giorni successivi, innescando una fase di ritracciamento. Sorprendente anche l’andamento del prezzo del rame (in notevole crescita), che ha beneficiato del chiaro riferimento al rinnovamento delle infrastrutture annunciato dal Tycoon nel suo discorso di celebrazione della vittoria.

Il petrolio invece soffre l’incertezza legata al tentativo di raggiungere un accordo per un taglio della produzione tra i paesi Opec e Non-Opec. Dall’ultima settimana di ottobre, complice la manifestazione di contrarietà di alcuni paesi (Iraq in primis) ad un rallentamento, ha preso forma un trend negativo che ha trascinato il prezzo del greggio sotto la soglia dei 50 $/b. Gli occhi degli investitori sono puntati al vertice ufficiale dell’Opec del 30 novembre dove si proverà a raggiungere un’intesa definitiva che possa risollevare i prezzi.

Il dollaro americano si è mantenuto ancora forte in previsione di un rialzo dei tassi della FED a dicembre, nonostante la pressione esercitata dalle elezioni e l’incertezza legata alla futura linea politico-economica di Trump. Il dollar Index, indice che esprime il valore del dollaro statunitense nei confronti delle principali divise internazionali, ha raggiunto i livelli massimi da inizio anno. Il peso messicano si è confermato vero termometro del successo di Trump: più il candidato repubblicano recuperava nei sondaggi, più la moneta perdeva valore, testimoniando i timori per i piani del Tycoon sul rimpatrio degli immigrati messicani illegali, l’innalzamento delle barriere e l’inasprimento dei dazi sugli scambi. Gli ottimi dati sulle esportazioni giapponesi hanno sostenuto uno yen già molto forte, mentre lo yuan cinese ha toccato i minimi da settembre 2010 sullo USD, conseguenza di una strategia di governo che punta a posporre la riduzione del debito al mantenimento di un alto tasso di crescita dell’economia, basata principalmente su una bilancia commerciale fortemente positiva. La sterlina, infine, ha fatto registrare un forte recupero dopo la pubblicazione di un dato sul PIL sopra le attese, allontanando quindi i timori di un eccessivo rallentamento dell’economia britannica post Brexit e la necessità di ulteriori misure espansive di politica monetaria da parte della Bank of England. A favorire ulteriormente la ripresa della moneta britannica ha concorso anche la decisione dell’Alta Corte sulla necessità del voto del Parlamento per portare a termine l’uscita dal Regno Unito dall’Europa.

Sul comparto valutario abbiamo introdotto la copertura al 100% della componente Japan Equity (attualmente esposizione coperta al 50%) dal momento che lo Yen è ai massimi dal 2012 e che un rialzo dei tassi U.S.A. potrebbe aumentare le operazioni di carry-trade.

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