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La politica spaventa meno i mercati azionari

I mercati azionari globali continuano a vivere un periodo di ottimismo, sostenuti dagli ottimi dati macro e dalla revisione al rialzo delle stime degli analisti sugli utili aziendali, grazie alla pubblicazione dei dati positivi dell’ultimo trimestre del 2016, all’aumento dei tassi di interesse e per la stabilizzazione dei prezzi dell’energia.

Gli indici europei hanno tratto il maggiore guadagno da questo clima positivo che non ha trovato ostacoli, questa volta, dal fronte politico che, in Europa, ha visto le votazioni olandesi aprire le tornate elettorali che nel 2017 vedranno coinvolte anche Francia e Germania.

In particolare, grazie a un’affluenza record pari all’81%, in Olanda ha vinto il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) del premier uscente Mark Rutte che ha conquistato 33 seggi battendo il Partito per la Libertà (PVV) populista anti-UE di Wilders che ne ha ottenuti 20. A seguire i democristiani del Cda e i liberali progressisti del D66 che conquistano entrambi 19 seggi. La diga europeista liberale, democristiana, ecologista e di centrosinistra in Olanda per il momento ha fermato l’avanzata populista che ha già provocato la Brexit e l’elezione di Donald Trump.

Aspettando la Francia, il Regno Unito, a nove mesi dal referendum, ha visto il primo ministro britannico Theresa May consegnare al presidente del Consiglio UE Donald Tusk la lettera con cui viene attivato l’Articolo 50 che lancia la Gran Bretagna verso l’uscita dall’Unione Europea. Il Regno Unito uscirà ufficialmente dalla Ue entro il 29 marzo 2019, ma sul calendario del negoziato pesa l’incognita della proposta di un referendum per l’indipendenza della Scozia. Dal canto suo l’UE ha già chiarito che la Gran Bretagna perderà l’accesso al mercato unico e che le negoziazioni per nuovi accordi inizieranno solamente dopo che la separazione sarà completata.

Negli USA, invece, si è consumata la prima sconfitta politica da parte del presidente Donald Trump che ha dovuto rinunciare a sottoporre al voto della Camera la riforma del settore sanitario a causa dell’opposizione dei Democratici e di alcuni deputati del partito Repubblicano. Subito dopo aver ammesso l’insuccesso del “Trumpcare”, il tycoon ha spostato l’attenzione sulla riforma fiscale, diventata la nuova priorità del governo. Il timore è ora che il mancato smantellamento dell’Obamacare, per il quale moderati e conservatori hanno accusato il governo di incompetenza, possa ripetersi anche per i tagli fiscali che dovranno fare a meno dei margini previsti dalla riforma sanitaria. Nonostante le difficoltà del Governo, dal fronte macroeconomico giungono però dati incoraggianti a cominciare dalla terza stima del PIL del quarto trimestre rivisto al rialzo al 2,1% t/t, spinto dalla crescita dei consumi. Positivo anche il dato sulla fiducia dei consumatori che a marzo ha toccato il livello massimo da sette anni, grazie al miglioramento della valutazione del mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione sceso al 4,7%. Contrastanti invece i dati sull’inflazione, in crescita al 2,7% il dato nominale, mentre il dato core depurato delle componenti più volatili quali cibo ed energia si attesta al 2,2%.

Anche in Europa non mancano dati positivi sul fronte macro: le aspettative di crescita congiunturale del Pil sono confermate allo 0,4% per il primo trimestre 2017 e all’1,5% su base annua. In aumento anche il valore della produzione industriale che ha raggiunto nuovi massimi, gli indicatori di fiducia e il mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione sceso al 9,5%.

In questo contesto il DAX si è avvicinato ai valori massimi di sempre, l’IBEX spagnolo ha registrato la miglior performance da inizio anno tra i principali indici mondiali, il CAC 40 francese e il FTSE MIB hanno proseguito la corsa incuranti dei “rumori” che provengono dalla politica. Il mercato azionario americano, invece, ha arrestato la sua corsa durante il mese di marzo, rimanendo comunque nettamente positivo da inizio anno. L’indice S&P 500 ha fatto registrare il primo calo oltre l’1% da Ottobre 2016 chiudendo il mese in territorio negativo, così come il Dow Jones, indice delle imprese industriali americane. Fra i principali listini statunitensi solo il Nasdaq – indice delle imprese del settore tecnologico – ha dato continuazione al suo processo di crescita. Influiscono i dubbi sulla capacità del governo repubblicano di far approvare in tempi brevi i primi provvedimenti fiscali annunciati, senza i quali sarebbe più difficile aspettarsi il proseguimento della crescita dei listini a stelle e strisce. Bene anche le borse asiatiche fatta eccezione per il NIKKEI, che fa registrare performance negativa da inizio anno e livelli di volatilità tra i più elevati nei mercati della regione del Pacifico. I recenti miglioramenti dell’economia giapponese – sostenuta dalle manovre fiscali e monetarie del governo retto dal ministro Abe – non sembrano ancora convincere il mercato.

Sul fronte obbligazionario, invece, sono ancora le banche centrali a dettare il ritmo: Mario Draghi ha confermato l’intenzione di mantenere stabili i tassi di riferimento e ha ribadito la volontà di proseguire con il programma di acquisto di attività nelle misure già annunciate; la BoE ha lasciato il tasso di riferimento fermo allo 0,25% e ha confermato a £435 Mld il piano di acquisti di titoli; la riunione della BoJ si è conclusa con politiche invariate; il governatore Kuroda ha confermato la sua volontà di mantenere il controllo della curva dei rendimenti, con gli obiettivi sui tassi a breve a -0,1% e a zero sui decennali. L’unico intervento è stato quello della Federal Reserve, il cui presidente Yellen ha annunciato la decisione dell’Istituto Centrale Americano di alzare i tassi di interesse all’1% a 3 mesi dall’ultimo rialzo.

La reazione dei mercati è stata quasi immediata: dopo aver sforato quota 2,6%, il decennale USA è sceso sotto la soglia del 2,35%. Le parole di Janet Yellen e la notizia che un membro del Board si era dichiarato contrario ad un rialzo dei tassi hanno interrotto il trend rialzista dei rendimenti iniziato l’ultima settimana di febbraio.

Tale dinamica, tuttavia, non traspare quando si analizzano le scadenze a lunghissimo termine della curva dei rendimenti dei titoli governativi USA, la cui forma appare più appiattita rispetto a qualche anno fa. La fiducia degli investitori nell’amministrazione Trump dunque sembra avere un’ottica a breve termine, considerato il già elevato livello di indebitamento degli Stati Uniti.

Le stesse dinamiche si sono intraviste in area Euro, dove gli operatori di mercato si sono concentrati soprattutto sulle emissioni dei paesi periferici: il decennale italiano è sceso fino al 2,12% e quello spagnolo all’1,68%, dopo aver superato quota 2.4% e 1.93% rispettivamente. Gli occhi degli analisti ora sono puntati alla reazione dei mercati al nuovo assetto definito dalle politiche della BCE: dal 1° aprile l’entità degli acquisti della Banca Centrale è stato ridotto da 80 a 60 miliardi di euro, effetto della diluizione del programma di sostegno ai mercati obbligazionari europei decisa lo scorso dicembre.

Sul fronte valutario, infine, accanto alla debolezza del dollaro statunitense a fine marzo, nel corso del mese la Sterlina inglese ha vissuto una prima fase rialzista favorita dai buoni dati economici del paese e dalle dichiarazioni della Bank of England in tema di aumento dei tassi di interesse seguita però da un cambio di rotta in seguito alla firma del Primo Ministro Teresa May degli atti formali di uscita dall’Europa avvenuta il 29 marzo scorso. Infine lo Yen giapponese registra una nuova fase di rafforzamento che riporta il cambio nei confronti dell’Euro ai livelli di metà novembre, provocando la frenata della borsa di Tokyo.

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