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Trump-Mercati, finisce la luna di miele

Dopo la prima fase di euforia per l’elezione del Presidente americano, i mercati azionari stanno vivendo una fase transitoria in attesa di conferme sulle modalità e tempistiche di attuazione delle misure pro-crescita dichiarate in campagna elettorale. Nei suoi primi giorni da inquilino della Casa Bianca, Trump si è focalizzato più sui temi populisti quali l’immigrazione e le misure protezionistiche sul commercio ma non ha ancora dato nessuna direttiva per quanto riguarda la riforma fiscale per le società americane, la spesa per infrastrutture e la deregolamentazione del sistema bancario. In questo contesto i listini statunitensi registrano comunque performance positive, su livelli massimi storici, grazie al buon andamento delle trimestrali delle società big (Apple +6%, Goldman Sachs +5,5%, IBM +5%). Il 25 gennaio l’indice Dow Jones Industrial, il principale indice della Borsa di New York, per la prima volta nella storia ha superato la soglia psicologica dei 20.000 punti, livello che aveva invano provato a superare da metà dicembre.

Più contrastato l’andamento sulle piazze europee, dove il dibattito politico è sempre più al centro dell’attenzione e dove il mercato sembra dare meno peso ai dati economici positivi pubblicati nel mese, come i PMI dei servizi (+53,7) e composito (54,4) sopra le attese degli analisti e l’Economic Sentiment Index della commissione Europa che ha raggiunto i massimi da 70 mesi. Ad essere maggiormente penalizzato in questo inizio d’anno è stato il listino francese che paga la netta presa di posizione contro l’euro di Marine Le Pen, leader del Front National e uno dei principali candidati per la corsa all’Eliseo. Maglia nera del vecchio continente si conferma tuttavia la borsa di Milano che, dopo il miracoloso recupero post Referendum, è alle prese con il maxi aumento di capitale da 13 miliardi (il più grande della storia di Piazza Affari) dell’istituto Unicredit. A pesare sul listino italiano anche le voci di una possibile interruzione anticipata del programma di acquisto di titoli di stato da parte della Bce, di cui l’Italia ha ampiamente beneficiato, sulla base dei nuovi dati sull’inflazione che hanno sorpreso al rialzo. Positive invece la borsa tedesca, che si conferma sempre più la vera locomotiva d’Europa con un tasso di disoccupazione sceso ai minimi dalla riunificazione (5,9%) e i paesi emergenti che beneficiano del nuovo impulso delle materie prime.

In questo scenario sul comparto azionario confermiamo l’investimento nel settore healthcare e introduciamo un fondo legato all’andamento dell’oro, sulla base delle nuove spinte inflazionistiche a livello globale e per immunizzare i portafogli dall’incertezza legate tensioni geopolitiche.

Per quanto riguarda, invece, l’ambito obbligazionario prosegue la fase di rialzo dei rendimenti sul comparto dell’Eurozona. L’incertezza legata alla ridefinizione del panorama politico/governativo, USA in primis, e al rafforzarsi delle correnti populiste o anti-UE, non sono sufficienti a spiegare il calo dei prezzi obbligazionari iniziato ad agosto 2016. Un ruolo molto importante continuano a giocarlo le aspettative di inflazione degli investitori, in costante aumento dopo la pubblicazione dei dati della BCE e l’ultimo rialzo dei tassi dei Fed Funds. Dopo anni di timori per il rischio deflazione sembra essere giunto il momento della svolta; tuttavia, analizzando maggiormente i dati, la maggior parte dell’incremento del CPI europeo (+1.8% yoy a gennaio) è dovuto al rialzo del prezzo del petrolio. L’inflazione di base, depurata dei prezzi dell’energia e degli alimentari, è rimasta ferma allo 0,9%. In questo contesto, il differenziale tra le principali curve di rendimento (spread) ricomincia a scrivere valori massimi in Italia (Bund-BTP oltre i 200 punti) – dove pesano i timori di un voto anticipato, il contenzioso con Bruxelles sui conti pubblici e l’aumento di capitale Unicredit – e in Francia (Bund-OAT oltre i 76 punti), dove crescono i consensi per Marine Le Pen dopo la pubblicazione dell’inchiesta sul candidato del partito Repubblicano François Fillon per aver concesso incarichi pubblici alla moglie. Rimangono stabili invece i rendimenti dei Treasuries, con il tasso generico del decennale saldo al 2.4% da inizio anno; gli occhi degli operatori guardano già alla prossima riunione della Fed di marzo, nella quale potrebbe essere annunciato il primo rialzo del 2017. Positivo l’andamento dei titoli obbligazionari dei mercati emergenti dell’America Latina, sia in valuta locale sia in USD, dove continua a sorprendere il trend positivo delle obbligazioni brasiliane, con rendimenti ancora in diminuzione nonostante un 2016 già ben oltre le aspettative.

Sul fronte delle obbligazioni corporate continuano gli acquisti della BCE, che hanno superato quota 60 miliardi dallo scorso giugno. Il presidente Draghi ha rassicurato il mercato contro la paura di possibili bolle finanziarie, spiegando come il Board continui a riscontrare omogeneità tra le valutazioni di mercato dei titoli delle società e i loro fondamentali.

All’interno del comparto obbligazionario alleggeriamo quindi ulteriormente l’esposizione su “US Fixed Income” in previsione di un trend di rialzo dei tassi US. Alleggeriamo ulteriormente anche l’esposizione su “Euro Fixed Income” penalizzato dalle nuove tensioni politiche in Europa e dalle ipotesi dell’annuncio anticipato di una “exit strategy” di politica monetaria da parte della BCE.

Incrementiamo invece l’esposizione su “Emerging Markets Fixed Income”, in ottica di una maggiore diversificazione dalle componenti US e Europa e vista la buona performance del comparto. Alleggeriamo infine l’esposizione su “Global Fixed Income” delle linee azionarie e incrementiamo la componente “Convertibles” sulle linee con una maggiore esposizione azionaria, data la minore sensitività del comparto al rialzo dei tassi.

Il mese di gennaio è stato, infine, caratterizzato dall’indebolimento generalizzato del dollaro americano contro le principali valute globali. Dal minimo storico di dicembre 1.038, il cross contro l’Euro si è spinto fino ad area 1.08 dopo il comunicato della riunione Fed che ha confermato l’approccio graduale sul tema rialzo tassi. Il biglietto verde è poi tornato a rafforzarsi sulle nuove incertezze politiche in Europa con i discorsi di Marine Le Pen contro l’euro e il contrattacco di Mario Draghi a difesa della moneta unica. Sterlina in deprezzamento principalmente verso il dollaro statunitense, dopo che la BoE ha mantenuto l’attuale politica monetaria, manifestando un atteggiamento di cautela. Il ritorno di una certa avversione al rischio ha spinto lo yen ai massimi da due mesi sul dollaro e sull’euro rilanciando la divisa nipponica come bene-rifugio.

La relativa debolezza del dollaro sostiene il trend positivo delle principali materie prime. Nonostante il rialzo delle scorte Usa, il prezzo del petrolio staziona stabilmente sopra i 50 dollari al barile ormai da più di due mesi, grazie all’accordo raggiunto a fine novembre tra i paesi Opec, ratificato anche dai paesi non Opec, per un taglio della produzione. La Russia, secondo produttore a livello globale dopo l’Arabia Saudita, ha annunciato di aver tagliato la produzione il doppio rispetto a quanto concordato con l’Opec. Tra le risorse di base il settore migliore è stato quello dei metalli preziosi, con l’oro risalito oltre i 1.200 dollari l’oncia a causa delle incertezze del programma di governo del neopresidente Trump e delle nuove tensioni politiche in Europa.

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