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Draghi sorprende nell’era delle tensioni commerciali

L’inasprimento delle tensioni commerciali a livello internazionale hanno raggiunto il culmine ad inizio Luglio con l’entrata in vigore delle tariffe Usa al 25% su 818 prodotti di importazione cinese per un valore complessivo di 34 miliardi di dollari. In questo contesto le borse maggiormente penalizzate sono risultate quella tedesca con il Dax che a Giugno ha registrato -3.2% e quella cinese con l’Hang Seng a -4.6%; i timori infatti si sono estesi anche all’industria automobilistica europea fortemente esposta all’export. I dati recentemente diffusi si muovono in questa direzione, infatti è risultato in calo l’indice di fiducia tedesco.

Nel frattempo si sono susseguiti gli interventi di politica monetaria della Fed e della BCE, politiche divergenti che mostrano come le due economie stiano percorrendo fasi economiche differenti. Come atteso dal mercato, il presidente della Fed, Jerome Powell ha comunicato un aumento dei tassi di interesse portando il costo del denaro nella forchetta 1.75%-2%. I toni della comunicazione sono cambiati e maggior ottimismo è stato mostrato verso la crescita americana definita “consistente”: è stata ridotta la previsione per la disoccupazione nel triennio 2018-2020; inoltre, il recente andamento dell’inflazione è stato definito “incoraggiante”. Tutti i recenti indicatori macro economici mostrano un’economia americana ancora solida: Ism non manifatturiero in rialzo come anche il dato sui salari al 2.7% oltre le attese. Elementi che confermano le spinte inflative anche nella componente dei prezzi pagati nell’indice Ism Manifatturiero.

Non ha mancato di sorprendere i mercati anche Mario Draghi presidente della BCE; sebbene la politica monetaria convenzionale sia rimasta immutata con la conferma dell’attuale livello di tassi di interesse. E’ stata diffusa la notizia che il Quantitive Easing sarà prolungato fino a fine 2018 ma a ritmi dimezzati rispetto agli attuali 30 miliardi al mese, continuerà per un “esteso” periodo di tempo il reinvestimento delle somme giunte a scadenza, con un’aspettativa di aumento dei tassi nel secondo trimestre 2019.

Nel suo discorso, Draghi ha sottolineato il sostanzioso aggiustamento dell’inflazione che si sta avvicinando al target. In merito alla crescita le previsioni sono di un Pil anch’esso in ripresa con attese per il 2018 al 2.1%, 1.9% nel 2019 e 1.7% nel 2020.

Entrambi i governatori delle due Banche Centrali hanno fatto riferimento alla guerra commerciale in atto come un elemento di rischio da tenere sotto osservazione. L’impatto sui due continenti è percepito in maniera differente: mentre, i dazi con la Cina sono ritenuti dalla Fed comunque non sufficienti per ridurre gli attuali livelli di crescita, in Europa la politica protezionistica internazionale desta maggior preoccupazione perché in grado di incidere sulla fiducia e quindi sui livelli di investimento.

In questo scenario prosegue la debolezza del mercato emergente rappresentato dall’indice Msci EM che nel mese di Giugno ha mostrato una contrazione prossima al 5%. I fattori che hanno condizionato questa perfomance arrivano principalmente dai timori degli operatori di mercato che vedono nell’aumento dei tassi di interesse americani, nella volatilità del prezzo del petrolio e nel rafforzamento del dollaro elementi di fragilità dei paesi emergenti. In realtà i fondamentali risultano ancora positivi: il Fondo Monetario Internazionale  ha, infatti, diffuso stime di crescita ancora interessanti vicino al 5% nel 2018 e attuali livelli di rapporto medio debito/Pil in calo per molte nazioni.

Sul fronte obbligazionario, l’area governativa europea si è contraddistinta per una performance positiva. La curva tedesca ha fatto registrare un movimento parallelo di riduzione dei tassi su tutte le scadenze. Stesso movimento, sebbene più marcato sulla parte breve della curva, per le emissioni governative italiane con il Btp decennale in area 2.68%.

Le emissioni governative americane hanno invece mostrato un andamento contrapposto dando seguito al trend di appiattimento della curva e relativa riduzione del differenziale tra i tratti 2 e 30 anni; infatti, in linea con la politica restrittiva della Fed si è assistito ad un movimento di rialzo sulle scadenze a breve dei titoli governativi americani, mentre per le scadenze più lunghe i tassi si sono ridotti, con il tasso decennale in area 2.86%.

Da segnalare, infine, il forte apprezzamento del dollaro verso tutte le principali divise internazionali: l’indice che rappresenta la sua valorizzazione verso un ampio basket di monete estere si è apprezzato di circa l’1,4%. Ai primi di Luglio, una leggera correzione ha portato i valori del Us dollar Index ai valori mediani di metà Giugno. Verso la divisa europea il dollaro ha mostrato livelli molto volatili passando da 1.16 di inizio mese ad un drastico apprezzamento verso l’1.15 di metà mese e un recupero dell’Euro in questi primi giorni di Luglio con un cambio Euro/Dollaro in area 1.17.

Apprezzamento anche dello Yen, sia verso il Dollaro statunitense che verso l’Euro, con il superamento ai primi di Luglio rispettivamente dei livelli di 111 e 130. Uno Yen forte che dalle recenti valutazioni della Bank of Japan potrebbe indebolire il tracciato inflativo giapponese.

A fine Giugno è avvenuto un accordo, in sede Opec, che ha coinvolto anche i paesi non Opec capitanati dalla Russia, per l’aumento della produzione di petrolio di un ammontare che non supererà il milione di barili al giorno. I membri Opec e non Opec, hanno perseguito da gennaio 2017 una politica di  riduzione della produzione, ma il rally del prezzo del petrolio che ha raggiunto i prezzi di fine 2014 ha stimolato pressioni affinché si ponesse un rallentamento del trend del Brent e del WTI che a fine Giugno superavano rispettivamente 79$ e 74$ al barile.

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