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Dobbiamo ripristinare le coperture?

Intervista allo Strategist del mercato dei capitali Philipp Vorndran sulla solidità del dollaro statunitense e sulle relative implicazioni per gli investitori.

Signor Vorndran, dall’inizio dell’anno la valuta statunitense si è fortemente apprezzata sull’euro. Perché?

Già dal 2021 il mercato dei cambi ha registrato movimenti pronunciati e negli ultimi mesi il dollaro statunitense è stato il vincitore indiscusso. Solo quest’anno, il Greenback si è rivalutato di circa il 10% sull’euro. Uno dei motivi è il fatto che la Federal Reserve statunitense ha aumentato i tassi d’interesse di riferimento portandoli al 3,75-4,00% rispetto allo 0,00-0,25% di inizio anno. La Banca Centrale Europea (BCE) è chiaramente “dietro la curva”, anche se ovviamente il suo compito è molto più complesso. Pertanto, il differenziale dei tassi d’interesse, ossia il divario tra i rendimenti, sull’intera curva dei titoli di Stato tedeschi e statunitensi è considerevole. Al momento però sembra che il dollaro tenda ad indebolirsi.

Perché?

Anche in questo caso ci sono diverse ragioni. Una tra le quali potrebbe essere le elezioni di metà mandato negli USA. In concomitanza con questo evento, che contrariamente alle previsioni ha confermato che i democratici non dovranno rinunciare alla maggioranza al Senato, si è verificato un “effetto elastico” nei tassi di cambio euro-dollaro e yen-dollaro. In altre parole, dopo circa due anni di rialzo del dollaro, i tassi si stanno ora muovendo verso il basso. Altrettanto determinante per il temporaneo indebolimento del dollaro sono state la discussione sul picco dell’inflazione negli Stati Uniti e le dichiarazioni della Federal Reserve al riguardo.

Quindi la tendenza si è invertita? Dobbiamo tornare a coprire gli investimenti in dollari statunitensi?

A nostro avviso, questa è una domanda che dovrebbe porsi solo chi ha meno del 50% del patrimonio investito nell’area euro. Riteniamo infatti che la diversificazione tra e attraverso le valute rimarrà essenziale anche in futuro, non da ultimo perché lo spread dei tassi d’interesse – ovvero il confronto tra i rendimenti dei Treasury statunitensi e dei Bund tedeschi a un anno – gioca a sfavore dell’euro. E l’Europa continuerà a perdere competitività.

Ma possiamo ancora sperare?

In cosa?

In una svalutazione del dollaro.

Qualcuno spera che in futuro la Federal Reserve statunitense possa togliere il piede dal freno con più convinzione rispetto alla Banca Centrale Europea (BCE), in modo che le politiche monetarie sulle due sponde dell’Atlantico tornino ad allinearsi.

E sarà così?

È molto probabile. Dopo tutto, gli effetti della politica monetaria arrivano con un certo ritardo e, visto che di recente l’inflazione statunitense ha mostrato una prima reazione ed è calata, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell potrebbe rallentare il ritmo di rialzo dei tassi. E non è detto che poi riprenda a inasprirli più avanti. Una cosa però è certa: Jerome Powell ha il vantaggio di potersi concentrare sul compito principale di una banca centrale, ovvero la stabilità monetaria.

Ma per le aziende europee un euro debole è stato senz’altro utile…

È vero. Quest’anno, oltre all’inflazione, a trainare gli utili aziendali sono stati anche i movimenti valutari. Per le società statunitensi, invece, il dollaro forte ha rappresentato un ostacolo. Per l’intero anno, gli analisti prevedono un aumento degli utili del 7,7% per le azioni statunitensi rispetto al 10% circa dell’indice globale MSCI World e alla crescita a due cifre delle azioni europee.

Lei però mi sembra scettico…

Le stime sugli utili per il 2023 sono più modeste. E ora anche l’effetto valutario tende a invertirsi. Il mercato azionario statunitense può quindi contare su un certo supporto. Inoltre, l’indice azionario statunitense S&P 500 contiene meno titoli ciclici rispetto alla controparte europea – altro aspetto che dovrebbe aiutare.

L’intervista è stata condotta il 18 novembre 2022.

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